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Se l’etica del cibo è una questione di relazione.

2021-08-24 11:47

La redazione Boniviri

Se l’etica del cibo è una questione di relazione.

Il mangiare, come ogni azione umana, è un atto etico, perché è, appunto, un atto relazionale.

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Se l’etica del cibo è una questione di relazione.
Il phamplet di Adriano Fabris 

 

Più che un libro, è un pamphlet. Breve sì, ma molto denso. A tratti anche difficile, perché “Etica del mangiare. Cibo e relazione” è un saggio di filosofia che affronta la questione dell'etica del cibo in maniera seria e rigorosa. E lo fa a partire da un concetto nuovo (e a tratti anche provocatorio rispetto ad alcune patologie e approcci al mangiare) di relazione. “L’atto del mangiare – scrive Fabris – è un modo specifico e problematico di relazionarci con gli altri esseri viventi: con gli esseri umani e con il mondo in generale. E, come tutte le forme di relazione, anche quella del mangiare può essere attuata bene oppure male” (p. 6).
Per questo il mangiare, come ogni azione umana, è un atto etico, perché è, appunto, un atto relazionale. 

 

Partendo da questo presupposto teorico, Fabris analizza i principali concetti su cui si confronta l’etica del cibo, come la distinzione tra nutrimento e nutrizione -   quest'ultima intesa come atto culturale che presuppone il passaggio, essenziale nel nostro percorso evolutivo, della trasformazione attraverso l'atto "magico" della cottura.

O come il cibo nella dimensione sacra e profana. Una dimensione, quest'ultima, che oggi si identifica con l'attitudine (molto pericolosa) del consumismo: "nel nostro tempo uno dei modi principali in cui ci rapportiamo ad altro, non solo al cibo, è appunto il fatto di consumarlo... Qui il desiderio viene immediatamente identificato e confuso con esso. E dunque, da un lato non ci sono più vincoli per il nostro desiderare; dall'altro possiamo credere di ottenere, prima o poi, tutto ciò che desideriamo" (p. 47-48). Nel consumismo, l'uomo tratta il cibo come un qualsiasi altro prodotto industriale che, da risorsa, si trasforma in merce, con conseguenze disastrose come l'impoverimento dei piccoli produttori, lo sfruttamento delle risorse naturale e la provocazione di danni ecologici irreversibili.

Conseguenze che ci ricordano, prosegue Fabris, che il cerchio della relazione alimentare è ampio e si estende ad altri ambiti all'origine di nuovi territori di indagine filosofica, come la food citizenship, ovvero la riflessione sul diritto di tutti gli esseri umani a una sorta di 'cittadinanza alimentare' e la food security, cioè ricerche volte a garantire la sicurezza della catena alimentare.

 

Ma la curva più spigolosa della riflessione si incontra verso la fine del percorso: la relazione degli esseri umani con il cibo - sostiene il filosofo - non può che essere violenta, in quanto lo stesso ciclo vitale nel suo complesso comporta nascita e morte, sviluppo e declino, di sé e degli altri, e di fronte a questa situazione non sono possibili scappatoie. Eliminare la violenza insita nella relazione alimentare è impossibile e non ci resta che prenderne consapevolezza, governarla e cercare di trasformarla in qualcosa di diverso. Questa, scrive il filosofo, è il compito dell'etica del mangiare.

Se l'atto del mangiare non è che un atto di appropriazione, assimilazione e distruzione - "Mangiare non è mai un atto eticamente neutro, comporta quasi sempre un uccisione preliminare. Anzi, mangiare è a sua volta uccidere, dal momento che realizza l'incorporazione di un altro essere vivente (p. 93) - non ci restano che due opzioni: non mangiare ed estinguerci per motivi etici, oppure nutrirci di cibi sintetici, ma in questo caso soddisferemmo il solo bisogno (uccidendo la cultura) e i processi alimentari si ridurrebbero a processi idraulici.

La soluzione a questo dilemma, secondo Fabris, c'è ed è comprendere che mangiare non è un atto di annullamento ma soprattutto di trasformazione, anche di se stessi, e di conseguenza è necessario compiere scelte alimentari sulla base del "principio di relazione", che richiede consapevolezza di ciò che faccio agli altri esseri viventi (e a me stesso) e responsabilità per le conseguenze delle mie azioni.

Solo ora che il cerchio della riflessione si è chiuso, sostiene l'autore, la "e" del sottotitolo, Cibo e relazione, può prendersi l'accento perché "il cibo è relazione, relazione in atto; cibo è simbolo di tutte le relazioni che ci coinvolgono; mangiare eticamente è attuare una relazione equilibrata e responsabile con questo nucleo di relazioni che è il nostro cibo quotidiano. Il cibo è simbolo delle relazioni che ci coinvolgono. In tutte le forme però: relazioni con sé, nella meditata degustazione che possiamo concederci, relazioni con gli altri, in un convivio; relazioni con gli altri esseri viventi, di cui abbiamo bisogno proprio nel momento in cui facciamo loro del male e li sottoponiamo a una trasformazione, relazione ancora con noi stessi, nella misura in cui ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo nei confronti di ciò che mangiamo, di ciò che non mangiamo e di ciò che non riusciamo a non mangiare. È questo quello che il nostro ipotetico ristoratore dovrebbe imparare a darci, preparando il suo piatto: il senso di tutte le relazioni in cui siamo coinvolti e, insieme a esse, il senso del nostro limite. Questo sarebbe il valore aggiunto, impagabile, della sua cucina” (p. 100).

 

Il libro
Etica del mangiare. Cibo e relazione, Adriano Fabris, Edizioni ETS

 

L’autore
Adriano Fabris insegna Filosofia morale ed Etica della comunicazione all’Università di Pisa. Presso le Edizioni ETS dirige la rivista “Teoria” e ha pubblicato Logica ed ermeneutica (1982), Filosofia, storia, temporalità (1988), Prospettive dell’interpretazione (1996), Senso e indifferenza (2007), Fiction mortale (2014), Twitter e la filosofia (2015).

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